Tutela denominazioni origine in UK post Brexit

Tutela denominazioni origine in UK post Brexit: la futura disciplina secondo la legge del Regno Unito


Tutela denominazioni origine in UK post Brexit

Uscito definitivamente il Regno Unito dall’Unione Europea, in assenza di un apposito accordo (cosa ormai alquanto probabile, avvicinandosi la “Hard Brexit”), la tutela denominazioni origine in UK post Brexit avverrà nei modi e nella misura che la legge del Regno Unito prevederà.

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La mancanza di un accordo tra UE e Regno Unito rappresenta un ostacolo, siccome le regole sul commercio internazionale previste in sede di WTO (che si applicherebbero in tali circostanze) sono decisamente meno efficaci.

L’attuale premier britannico (Boris Johnson), nel sostenere la cosiddetta “Hard Brexit”, afferma che i rapporti tra UE ed UK potranno successivamente venire regolati sul “modello australiano”, ma esso in buona sostanza richiama molto i principi vigenti in sede WTO.

Per quanto concerne il commercio del vino (ma non solo!), questi ultimi sono palesemente inadeguati, siccome l’Australia stessa ha concluso un apposito accordo internazionale in materia con la UE.

Peraltro gli scambi commerciali tra UE ed UK sono di ben diversa portata, rispetto a quelli tra EU ed Australia.

Antitetica poi la distanza spaziale tra tali paesi.

Ad ogni modo, se avremo la “Hard Brexit”, le nostre denominazioni saranno protette nel Regno Unito unicamente nel modo che la legislazione di quest’ultimo riterrà concedere.

In tale ottica, il Regno Unito ha annunciato come saranno strutturate le regole nazionali, aventi effetto unicamente sul proprio territorio, relative alla tutela denominazioni origine in UK post Brexit.

La nuova disciplina del Regno Unito prevede fra l’altro l’adozione di specifici segni distintivi per PDO, PGI e TSG “UK PROTECTED”, da attuarsi nel corso di un periodo di transizione per l’adeguamento delle confezioni attuali.


Tutela denominazioni nel Regno Unito dopo Brexit


Ad una prima lettura, emerge la sensazione che la coesistenza tra protezione UK e protezione UE sarà piuttosto complessa.


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Il diritto vitivinicolo è una materia molto complessa, che trova le sue fonti non solo in normative nazionali ma anche e soprattutto in regolamenti comunitari e nei trattati internazionali.  Il diritto vitivinicolo si occupa di ogni aspetto giuridico del settore vitivinicolo, dalla produzione e commercializzazione del vino sino ai protocolli produttivi ed alle etichettature. Si tratta, pertanto, di una materia multidisciplinare il cui studio necessità anche di competenze in ambito amministrativo, civile e penale.

Nostro lavoro è dare assistenza professionale, stragiudiziale e giudiziale, sul diritto vitivinicolo e gli altri temi importanti per le imprese del settore (consulenza aziende agricole vitivinicole). Nell’ambito di questa nostra attività, ci avvaliamo  della collaborazione di altri professionisti, che vantano esperienza pluriennale nel campo delle analisi, delle pratiche tecniche e quant’altro necessario per sostenere al meglio i nostri clienti.

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Accordi internazionali UE commercio vino

Commercio internazionale vino: gli accordi internazionali UE commercio vino


Il commercio internazionale vino è favorito da un complesso nonché sofisticato sistema di accordi internazionali conclusi dalla Unione Europea con altri paesi del mondo (accordi internazionali UE commercio vino), in modo tale da eliminare o almeno ridurre fortemente le barriere che altrimenti si oppongono agli scambi.

Diciamo subito che non si è affatto trattato di una liberalizzazione selvaggia, ma di un lungo lavoro per una condivisione delle regole in materia, che – per forza di cose – ha anche comportato qualche mediazione e qualche reciproca concessione in capo a tutte le parti.

Gli accordi internazionali sono stati conclusi nell’arco di circa quindici anni dalla Comunità con vari Stati terzi (fra cui Canada, Svizzera, Messico, Repubblica Sudafricana, Australia, Cile e Stati Uniti d’America: quanto pattuito tra la Comunità e gli USA è però considerato dagli stessi contraenti solo come un primo passo verso la definizione di un trattato di più ampio respiro) in materia di commercio del vino, senza mai proporsi di pregiudicare i diritti e gli obblighi delle parti derivanti dalla loro adesione all’Organizzazione Mondiale del Commercio: semmai l’idea è quella di darvi maggiore effettività.

Tali specifici trattati sono volti a disciplinare varie questioni cruciali per gli scambi commerciali di vino:

  • le pratiche di cantina
  • la tutela delle denominazioni d’origine
  • l’etichettatura
  • la certificazione del prodotto
  • le modalità di espletamento per le relative incombenze burocratiche.

Da un canto, le tecniche di cantina rappresentano notoriamente le modalità con cui viene prodotto il vino, spesso comportanti l’utilizzo di additivi, talora suscettibili di lasciare residui nella bevanda finale (uno per tutti, l’anidride solforosa utilizzata come conservante). Inoltre, se la qualità di un vino discende soprattutto o, addirittura, unicamente dall’insieme dei trattamenti somministrati durante la sua lavorazione, al punto da fargli perdere o rendere molto labile il collegamento con le caratteristiche dell’uva pigiata, insorge il rischio per il consumatore di essere tratto in inganno sulle reali qualità del prodotto acquistato. La legislazione su tale materia persegue allora una duplice finalità: tutelare sia la salute, sia l’interesse economico del consumatore.

Disciplinare le regole sulle tecniche di cantina comporta fissare specifiche di produzione, foriere però di creare ostacolo agli scambi (rallentandoli con gravose incombenze burocratiche ovvero impedendoli) tra la Comunità e gli Stati terzi, qualora il paese importatore non riconosca o ponga limiti o ancor più non ammetta tout court il ricorso ad una determinata pratica, invece normalmente utilizzata nel paese ove un vino viene prodotto.

Dall’altro canto, se tra vari Stati sussistono differenze nel livello e nelle modalità di protezione per le denominazioni di origine, ciò può sensibilmente falsare la concorrenza tra i produttori siti nei differenti paesi. Difatti, se uno Stato non protegge adeguatamente le denominazioni riconducibili a territori esteri, i produttori nazionali riescono a produrre e commercializzare nel loro paese vini locali etichettandoli legalmente con nomi geografici esteri, in danno a chi vinifica nella località realmente corrispondente alla denominazione rispettando il relativo disciplinare.

E’ vero che, a livello internazionale, la tutela delle denominazioni di origine è più di recente stata disciplinata dagli accordi Trips (Trade – Related Aspects of Intellectual Property Rights), conclusi a Marrakesh il 15 aprile 1994 durante “l’Uruguay Round” del General Agreements on Trade and Tariffs (Gatt), attraverso i quali le tematiche inerenti i diritti della proprietà intellettuale – ivi inclusi quelli relativi alle indicazioni geografiche –  sono stati inseriti negli accordi inerenti l’Organizzazione Mondiale del Commercio (World Trade Organisation – WTO), vincolanti per tutti i paesi ad essa aderenti.

E’ altresì vero che – con riferimento alla protezione delle indicazioni geografiche – i Trips recepiscono in verità molto più l’impostazione europea rispetto a quella accolta dagli altri paesi. Tuttavia, ciò è avvenuto soprattutto in linea teorica e con scarsa rilevanza pratica, a seguito della mancata esecuzione delle fasi attuative previste in detto accordo: cosa imputabile alla nota resistenza opposta dagli Stati Uniti d’America e dagli altri paesi di influenza anglosassone (fatta ovviamente eccezione per il Regno Unito, perchè al momento di concluderli esso faceva parte dell’Unione Europea). Questo dunque il nocciolo della questione.

Di recente, in materia di tutela delle denominazioni di origine, si sono aggiunti gli accordi con la Cina ed il Giappone.

D’altro canto ancora, anche a prescindere dalle delicate questioni riconducibili alla tutela delle denominazioni di origine, le regole sull’etichettatura – previste nell’interesse del consumatore – comportano a loro volta ulteriori ostacoli al commercio. Se esse non sono in qualche modo concordate, ogni Stato può opporsi al fatto che sul proprio territorio vengano immessi in commercio vini etichettati in modo diverso da quanto stabilito dalla rispettiva legislazione nazionale. Ciò comporta per i produttori esteri l’obbligo di adeguarsi, sostenendo ulteriori costi e difficoltà burocratiche.

Ecco spiegata la ragione dei trattati internazionali conclusi dalla Comunità sul commercio del vino (per una loro analisi approfondita, mi permetto di rinviare al mio lavoro pubblicato nel libro “Le indicazioni di qualità degli alimenti. Diritto internazionale e europeo”, Giuffrè, Milano, 2009).

A ben vedere, si tratta di un’ampia rete di relazioni internazionali, intessuta dalla Comunità, al fine di creare un contesto giuridico ove sono trattate nel modo più unitario possibile le soluzioni per le principali  problematiche che affliggono il commercio del vino, appena illustrate.

Nel valutare il risultato attualmente raggiunto va peraltro tenuto in debito conto che, a livello internazionale, è forse molto difficile pervenire ad una disciplina totalmente unitaria, viste le differenze esistenti tra i vari ordinamenti giuridici, a loro volta alimentate dalla circostanza che gli interessi economici sottostanti – conseguenti anche alla natura dimensionale dei produttori nei diversi paesi ed alla relativa disponibilità di risorse economiche – spesso divergono sensibilmente.

Così facendo, dal proprio punto di vista la Comunità ha in buona sostanza gradualmente realizzato un obiettivo – tutt’oggi in evoluzione – simile a quello conseguibile mediante un trattato multilaterale, ove peraltro spesso solo apparentemente si ha una disciplina uniforme, mentre in realtà la situazione risulta frammentata a causa delle varie deroghe e riserve spesso pattuite in simili accordi, capaci talora di minarne la loro stessa efficacia.

Un approccio dunque pragmatico, che consente peraltro di tutelare nello stesso modo all’estero sia le denominazioni d’origine sia le indicazioni geografiche comunitarie. Ciò verosimilmente evita alla radice l’insorgere di pericolose future falle nel loro sistema di protezione, magari scaturenti dalla circostanza che è la stessa Comunità a differenziare le prime dalle seconde, sì da ricollegare la tipicità dei prodotti contrassegnate da quest’ultime a presupposti un poco più lassi rispetto a quelli indicati negli accordi Trips, i quali paiono in realtà proteggere solo le denominazioni di origine in senso stretto.

Per quanto concerne le pratiche di cantina, sebbene sul piano della tecnica giuridica i trattati stipulati con i diversi Stati terzi operano con modalità differenti (essendo talora basati sul principio del mutuo riconoscimento delle rispettive legislazioni in materia, talora sull’individuazione delle singole tecniche reciprocamente consentite), il risultato tende sostanzialmente ad essere il medesimo: ciascun paese autorizza l’importazione ed il commercio sul proprio territorio dei vini prodotti su quello dell’altra parte, conformemente alle pratiche o trattamenti enologici concordate. L’aspetto più interessante è che – in via di massima – le pratiche autorizzate sono sempre le stesse, il che semplifica notevolmente il lavoro per i produttori. Permangono tuttavia alcune differenze (non proprie tutte le tecniche sono sempre reciprocamente ammesse ovvero possono variare le condizioni operative): ciò non permette allora di confidare che basti semplicemente la mera osservanza della normativa comunitaria interna per esportare ovunque il vino realizzato in conformità solo a quest’ultima.

Quanto concordato sulla protezione delle denominazioni di origine e sul riconoscimento delle tecniche di cantina, si riflette poi sull’etichettatura dei prodotti, facilitando così l’individuazione di regole condivise in materia, cui si accompagna spesso la creazione di appositi organismi o procedure di semplificazione amministrativa.

Vista la portata degli impegni assunti sul piano internazionale, è poi difficile pensare che essi non esplichino anche un effetto sulla stessa evoluzione del diritto comunitario interno in materia vitivinicola, lasciando quest’ultimo libero di svilupparsi del tutto autonomamente.

Inoltre, coerentemente con tale strategia di internazionalizzazione, l’Unione Europea partecipa come osservatore con statuto speciale (la Commissione aveva addirittura proposto la vera e propria adesione) ai lavori dell’Organizzazione Internazionale della Vite e del Vino (OIV), i cui principali compiti sono l’indicare ai suoi membri le misure atte a tener conto delle esigenze di tutti i soggetti coinvolti nel mondo vitivinicolo nonché il contribuire all’armonizzazione internazionale delle pratiche e delle norme esistenti in materia, unitamente all’elaborare nuovi criteri internazionali utili a migliorare le condizioni di produzione e commercializzazione dei prodotti in questione.

Peraltro, già a seguito della riforma dell’organizzazione comune di mercato vitivinicola, l’OIV ha aumentato considerevolmente la propria influenza sul diritto vitivinicolo comunitario, visto il ruolo ora attribuito sul piano normativo non solo più ai metodi di analisi, ma anche alle  raccomandazioni sulle pratiche di cantina elaborate dall’OIV stessa.

In primo luogo, esse sono ora divenute uno dei criteri cui deve attenersi la Commissione nell’esercitare il potere delegatole per elaborare norme regolamentari sulle tecniche di cantina: ciò si è poi concretizzato nel suo citato regolamento n.606/2009, che dell’OIV sostanzialmente recepisce il Codex enologico internazionale e la Raccolta dei metodi internazionali d’analisi dei vini e dei mosti. In secondo luogo, l’importazione di vini stranieri nel territorio comunitario viene subordinata al rispetto di dette raccomandazioni durante la loro lavorazione, a meno che venga diversamente disposto da appositi accordi internazionali conclusi dalla Comunità con il paese di provenienza del prodotto.

PER APPROFONDIRE: “Le pratiche enologiche e la tutela delle indicazioni di qualità nell’accordo UE/USA sul commercio del vino ed in altri trattati conclusi dalla Comunità” , in AA.VV., Le indicazioni di qualità degli alimenti – Diritto internazionale e europeo, Milano, 2009, p. 348.

Brexit negoziato futuro accordo

Brexit: attenzione al futuro accordo, se ci sarà!

(Brexit negoziato futuro accordo)


Il 31 gennaio di quest’anno il Regno Unito ha lasciato l’Unione Europea: la “Brexit” si è infine compiuta, ma pochi se ne sono ancora resi conto.  Ciò poiché sino al 31 dicembre 2020 vigerà un periodo transitorio, in cui Unione Europea e Regno Unito cercheranno di trovare un accordo – essenzialmente di natura commerciale – sulle loro future relazioni (Brexit negoziato futuro accordo).

Come da copione, il Regno Unito ha immediatamente compiuto le prime mosse, fissando pressoché unilateralmente il termine massimo per la durata dei negoziati e dichiarando di non essere così interessato al loro risultato, mostrandosi cioè disposto ad accettare anche una soluzione alquanto riduttiva (tipo l’accordo sul commercio attualmente vigente con tra UE e Canada, il cosiddetto “CETA”) ovvero minimale (come l’accordo tra UE ed Australia).

Al di là delle classiche quanto distinguibili mosse di strategia negoziale (mostrare i muscoli e dichiarare di non essere così interessato alla trattativa, tanto da non volervi dedicare oltre un certo tempo prefissato), in concreto il Regno Unito non può verosimilmente permettersi di agire coerentemente, a meno di non voler sacrificare il proprio settore finanziario, che rappresenta una delle voci più significative della propria economia.

Le citate soluzioni riduttive, infatti, significherebbero sostanzialmente l’esclusione di banche ed assicurazioni britanniche dal mercato unico europeo, il che causerebbe forse pesanti effetti negativi “a cascata”: ad esempio, la perdita di valore del settore immobiliare, che sopratutto a Londra si sta sviluppando in modo impressionante principalmente attorno alla city finanziaria e in buona parte proprio grazie ad essa.

I primi a percepire gli effetti della Brexit sono stati i pescatori (… ci avviciniamo così a chi legge questo giornale) francesi e quelli degli altri paesi che si affacciano sul Canale della Manica: Brexit ha significato l’immediato abbandono delle regole comunitarie da tutti “odiate”, che sì limitavano per tutti i diritti di pesca su tale zona, ma che nel contempo garantivano a tutti l’accesso a tali acque (cosa che si tendeva a dimentica, dandola per scontata).

Come reazione, il Ministro delle Finanze francese (Bruno Le Maire, come riferisce l’Agenzia di stampa Reuters, 6/2/2020) ha immediatamente dichiarato che la contropartita negoziale per la riapertura della pesca nel Canale della Manica non sarà il consentire alle istituzioni finanziare del Regno Unito l’accesso indiscriminato al mercato unico europeo. Tale posizione è stata poi confermata dal Presidente francese Macron.

Ciò basta ad intuire la posta in gioco.

Se poi pensiamo al citato accordo CETA, e cioè a quel modello che – a parole – sembrerebbe accattivante per il Primo Ministro britannico (Boris Johnson), è bene ricordarsi le vicissitudini che tale trattato ha passato al momento della sua ratifica da parte degli Stati membri della UE, sino ad arrivare ad un blocco temporaneo della procedura da parte del parlamento regionale della Vallonia.

In effetti, se da un canto l’accordo CETA produce sicuramente effetti positivi (ad esempio rafforza la tutela delle denominazioni di origine europee sul territorio canadese, cosa per noi preziosa), dall’altro sollevava il timore che ciò significasse aprire il mercato agro-alimentare europeo all’ingresso di prodotti non conformi ai nostri standard, sopratutto qualora si tratti di alimenti o derrate agricole prodotte negli USA , trasportate in Canada (dove possono entrare grazie agli accordi tra USA e Canada) e da lì introdotte nella UE (per effetto del trattato CETA).

Ancor più balza allora alla luce la delicatezza delle trattative appena iniziate ed il riflesso che esse potrebbero avere sul nostro settore agricolo.

Insomma, se da un lato vi è da augurarsi che tali trattative consentano l’accesso dei nostri prodotti agricoli ed alimentari al mercato britannico ed assicurino la protezione delle nostre denominazioni su tale territorio, dall’altro lato vi è il rischio di aprire pericolose porte di accesso al mercato interno europeo a vantaggio di prodotti di scarsa qualità e che non rispettano i nostri alti standard, patrimonio per noi inalienabile, sia sul piano economico, sia su quello ancora più importante della tutela della salute e dell’ambiente.

Peraltro il Primo ministro inglese non ha assolutamente nascosto di prediligere –   anche perché non ha forse altra scelta – un accordo commerciale con gli Stati Uniti d’America, che a loro volta adottano standard qualitativi più bassi dei nostri, come insegna il caso della “carne agli ormoni”.

Il tema è particolarmente complesso, poiché si intreccia anche con la questione del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica Irlandese, la prima facente parte del Regno Unito (ma che continuerà a seguire, sino a che lo vorrà, le regole del mercato unico), la seconda aderente all’Unione Europea. Tra questi due territori l’Unione Europea e la stessa Repubblica Irlandese rifiutano che venga nuovamente innalzata una frontiera fisica. A sua volta, il governo di Londra rigetta qualsiasi controllo doganale tra l’Irlanda del Nord e la Gran Bretagna. Per cercare di “quadrare il cerchio” è stato sì trovato un accordo di massima, ma non solo appaiono oscure le relative modalità operative, ma è addirittura dubbio se ciò possa concretamente funzionare.

Perché ciò a noi interessa?

Perché da tale confine aperto, ma tra territori ormai non più soggetti ad una legislazione omogenea (le regole europee), potrebbero in futuro entrare all’interno del nostro mercato unico alimenti o derrate agricole prodotti in Gran Bretagna o negli Stati Uniti (cui la prima sembra intenda aprire le proprie porte, anche per crearsi un’alternativa allo sbocco commerciale appena perso), rispettando una legislazione “al ribasso” rispetto ai nostri standard. Si deve quindi anche evitare di creare un “cavallo di Troia” per le merci americane, in un momento in cui il Presidente di tale paese (oltre ad indebolire i controlli sul settore finanziario, in precedenza introdotti dopo la crisi dei “sub-prime”, che circa dieci anni fa ha travolto l’economia mondiale) sta peraltro togliendo ogni vincolo a tutela dell’ambiente e sta conducendo una politica fortemente protezionistica, in particolar modo in favore dei prodotti agricoli statunitensi.

Valga ricordarsi che la malattia della “mucca pazza”, che mise a repentaglio la salute di milioni di consumatori e devastò il mercato europeo delle carni, si originò proprio nel Regno Unito.

Da tale evento, l’Unione Europea elaborò le proprie misure per la sicurezza alimentare, caraterizzate da un notevole rigore a tutela della salute umana.

Regole da cui in Regno Unito si è adesso liberato: se non si controlleranno alle frontiere le carni prodotte ivi prodotte, potranno giungere sulle nostre tavole prodotti meno sicuri di quelli europei, soggetti a standard qualitativi più severi.

Minaccia seria, sia per la salute umana che per la leale concorrenza tra imprese.

Insomma, si palesa il rischio che veniva paventato per l’accordo CETA, verosimilmente scongiurato con l’introduzione di alcuni controlli doganali … controlli che dovrebbero allora sussistere anche tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna, così impedendo la citata “quadratura del cerchio”.

Pare altresì che il Primo ministro inglese abbia dato indicazioni alla propria squadra di negoziatori (Brexit negoziato futuro accordo) di “fare melina” sul problema di futuri controlli alle frontiere tra Unione Europea e Regno Unito (così l’agenzia Reuters, 23/2/2020).

Si evince dunque che il settore agro-alimentare è in prima linea in questa complessa trattativa. Vi sono altresì sentori che esso possa costituire una merce di scambio, per trovare a suo discapito equilibri in altri campi (il famoso quanto antico “do ut des”).

Veniamo allora al punto.

Gli eventuali futuri accordi tra Regno Unito ed Unione Europea (Brexit negoziato futuro accordo) vengono sì negoziati dalla Commissione Europea, ma – una volta raggiunti – vanno poi ratificati sia dal Parlamento Europeo e Consiglio Europeo, sia da tutti gli Stati membri.

L’Italia ha dunque piena possibilità di far valere la propria voce nonché di tutelare gli interessi nazionali in un contesto europeo, ma deve farlo sin dagli inizi. In altre parole, l’Italia deve avere ben chiaro quali sono i propri interessi, per influenzare – seguendo correttamente i canali istituzionali – l’andamento delle trattative, sì da partecipare al “gioco” negoziale come una consapevole protagonista e non subirlo passivamente.

In tal modo, se si troverà un accordo, esso sarà anche frutto della nostra volontà e delle nostre scelte.

Per contro, a “giochi fatti”, sarebbe veramente una politica di basso profilo mettersi poi di traverso e cercare di bloccare la ratifica dell’accordo stesso, assumendo atteggiamenti vittimistici (in piccolo, si è già di recente sperimentato tale approccio, quando è entrato in vigore il nuovo regolamento di Parlamento Europeo e Consiglio sui prodotti biologici, che i nostri rappresentanti governativi hanno votato a Bruxelles senza riserva alcuna ed hanno poi contestato parlando dal nostro paese …), magari solo utili al fine di una campagna elettorale nazionale.

Approccio peraltro pericoloso, poiché così malamente reagendo, si rischierebbe di provocare più danni che altro.

Negoziare con chiarezza di vedute e poi concludere un buon accordo (cosa completamente antitetica dal trovare un accordo a tutti i costi) avrebbe sicuramente un effetto positivo per l’economia nostra e quella di tutti gli altri Stati coinvolti: questo dunque l’obiettivo che – con la partecipazione delle associazioni di categoria – politici e funzionari italiani hanno da perseguire (Brexit negoziato futuro accordo).

Da subito!

Ma se ne parla?